Rosso Orvietano o Orvietano Rosso Doc

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Per la tipologia  Rosso Orvietano o Orvietano Rosso: Aleatico, Cabernet Franc, Cabernet Sauvignon, Canaiolo R., Ciliegiolo, Merlot, Montepulciano, Pinot Nero, Sangiovese, da soli o congiuntamente per almeno il 70%.
I Doc Rosso Orvietano o Orvietano Rosso con la specificazione di uno dei vitigni Aleatico, Cabernet, Cabernet franc, Cabernet sauvignon, Canaiolo, Ciliegiolo, Merlot, Pinot nero e Sangiovese, devono essere ottenuti dalle uve provenienti dai corrispondenti vitigni presenti, nell’ambito aziendale, per almeno l’85%. Per la produzione del vino Cabernet possono concorrere, congiuntamente o disgiuntamente, le uve delle varietà di vitigno Cabernet franc e Cabernet sauvignon.
La zona di produzione delle uve per la Doc Rosso Orvietano o Orvietano Rosso ricade nella provincia di Terni e comprende i terreni vocati alla qualità dell’intero territorio amministrativo dei comuni di Allerona, Alviano, Baschi, Castel Giorgio, Castel Viscardo, Fabro, Ficulle, Guardea, Montecchio, Montegabbione, Monteleone d’Orvieto, Orvieto, Porano e S. Venanzo.

La zona Geografica è situata nell’ambiente collinare a sud ovest dell’Umbria, fino al confine con
l’alto Lazio e si sovrappone territorialmente alla Doc Orvieto in Provincia di Terni, con lo scopo di
diversificare le produzioni all’interno di una stessa area viticola e creare tra i due vini una sinergia
per affrontare al meglio i mercati. Va sottolineato come da tempi ben più antichi in tutta la zona non mancassero vini rossi di ottima qualità. Le caratteristiche principali dei vini Rosso Orvietano sono proprio quelle di rappresentare più una zona che un singolo vitigno.
L’avvio dello stretto binomio “coltivazione della vite-produzione di vino” pare risalire al X sec.
a.C., quando gli Etruschi conquistarono la scoscesa rupe e fondarono l’antica Velzna. Si ritiene,
infatti, che proprio questa civiltà abbia intuito che la particolare costituzione del masso tufaceo era favorevole alla lavorazione ed alla conservazione del vino.
Velzna conobbe un notevole prestigio tra l’VIII e il VI sec. a.C. in virtù della sua centralità
all’interno dell’Etruria che ne facilitò lo sviluppo economico grazie agli scambi commerciali che
poteva intrattenere con gli altri centri. A tutto ciò fece riscontro un analogo sviluppo sociale,
urbanistico, artistico e demografico, come è ampiamente documentato dai numerosi ritrovamenti
archeologici. Il territorio in esame è interessato da affioramenti di una quindicina di formazioni
geologiche le quali, sulla base di analogie litogenetiche e petrografiche, nonché in funzione del loro comportamento quali substrati pedogenetici, possono essere così raggruppate ( Calandra e Leccese, 2004):

ARGILLE: argille ed argille sabbiose, anche di facies sublitorale (pleistocene) che si rinvengono a
Spinaretta, Decugnano , M.Largo, S.Spirito, M. Cavallo, nonché alla base della rupe di Orvieto ed a valle degli abitati di Porano, Civitella del Lago e Rocca Ripesena. Argille ed argille sabbiose,
grigio-azzurre (pliocene medio inferiore) presenti a Torre dell’Olfo, Poggio Montone, Poggio
Ciculetto, Poggio Lupo, Civitelle, ecc.;

FORMAZIONI VULCANICHE: colate laviche di varia natura (latiti, trachibasalti, monoliti, nefriti,
lecititi) e coni di scorie riferibili alle manifestazioni eruttive finali degli apparati velini settentrionali (Pleistocene) presenti a Palombaro, San Quirico e La Guerciana. Colate piroclastiche di tipo tefritico-fonolitico degli apparati vulsini (tufo litoide a scorie nere) di Porano e Bardano (pleistocene). Colate laviche di varia natura (latiti, trachiti, nefriti leuciti che, leucititi) riferibili alle manifestazioni eruttive iniziali degli apparati vulsini settentrionali (pleistocene) affioranti a Sugano, a nord. Al contrario, il periodo estivo è caratterizzato da scarse precipitazioni (luglio e agosto con medie di 33 e 40 mm di pioggia) che, potenzialmente, possono creare problemi di carenza idrica, soprattutto in alcune tipologie di suolo (es. con scarsa capacità di ritenzione idrica, con limitato franco di coltivazione, ecc.), in ogni caso le precipitazioni medie annue si attestano tra i 700 e i 1000mm di pioggia.

TERMOMETRIA: i valori di temperatura dell’aria mostrano un andamento sostanzialmente
ordinario con i massimi termici in corrispondenza dei mesi estivi ed i minimi in quelli invernali.
Picchi massimi di temperatura media dell’aria si hanno nei mesi di luglio (23,7°C e 23,8°C) e di
agosto (23,7°C e 24,1°C), cui seguono, nel periodo di pre-vendemmia, temperature più basse
rispetto alla precedenti, che contribuiscono alla migliore evoluzione qualitativa aromatica e
polifenolica delle uve. I valori medi minimi di temperatura sono riscontrati in gennaio (6,4°C a
5,5°C) e in dicembre (6,7°C e 6,4°C).


2) Fattori umani rilevanti per il legame
Di fondamentale rilievo sono i fattori umani legati al territorio. Ad Orvieto tutto profuma di uva e di vino perché la coltivazione della vite ne ha da sempre caratterizzato il paesaggio e l’economia:
vigneti curati si dispongono intorno alla rupe in un disegno armonico dove le linee parallele dei
filari si intersecano con quelle ondulate delle colline. Per la città, dunque, il vino è un’importante
risorsa, una peculiarità distintiva che si protrae ininterrottamente nei secoli e a testimoniarlo sono l’archeologia, l’arte, la storia, l’artigianato e la letteratura, tanto che la produzione dell’Orvieto di qualità è stata apprezzata e celebrata nel tempo da poeti, papi, artisti e viaggiatori.
Ma prima ancora delle parole, il ruolo fondamentale del vino nella vita quotidiana e nei riti culturali di Orvieto è attestato negli importanti dipinti delle tombe etrusche del territorio (seconda metà del IV sec. a.C.) e nella ricca varietà di ceramiche etrusche e greche destinate alla conservazione, alla mescita e alla degustazione della celebre bevanda. Gli affreschi della tomba Golini I, conservati presso il Museo Archeologico Nazionale di Orvieto, riproducono le fasi preparatorie del banchetto etrusco dove la macellazione delle carni e l’accurata sistemazione delle bevande nei recipienti e dei cibi sulle mense da parte dei servi – tra la frutta si individua facilmente anche un grappolo d’uva - affiancano il banchetto vero e proprio. L’incidenza dei fattori umani, nel corso della storia, è in particolare riferita alla puntuale definizione dei seguenti aspetti tecnico produttivi, che costituiscono parte integrante del vigente disciplinare di produzione:

- base ampelografica dei vigneti:
i vitigni idonei alla produzione del vino Rosso Orvietano sono quelli tradizionalmente coltivati
nell’area geografica delimitata dall’ ART. 3 del presente disciplinare ed in parte da vitigni catalogati idonei nelle piattaforme ampelografiche Regionali.
- le forme di allevamento, i sesti d’impianto e i sistemi di potatura che, anche per i nuovi impianti, sono quelli tradizionali e tali da perseguire la migliore e razionale disposizione sulla superficie delle viti, sia per agevolare l’esecuzione delle operazioni colturali, sia per consentire la razionale gestione della chioma, permettendo di ottenere una adeguata superficie fogliare ben esposta e di contenere le rese di produzione di vino entro i limiti fissati dal disciplinare ( 70 hl/ha).
- le pratiche relative all’elaborazione dei vini.
Sono ammesse soltanto le pratiche enologiche tradizionalmente consolidate effettuate nell’ambito
della zona di produzione e comunque consentite dalle normative vigenti atte a conferire ai vini le
loro peculiari caratteristiche.


B) Informazioni sulla qualità o sulle caratteristiche del prodotto essenzialmente o esclusivamente attribuibili all’ambiente geografico.
La Doc Rosso Orvietano è riservata alle seguenti tipologie: Rosso e con riferimento al nome dei
vitigni Aleatico, Cabernet Franc, Cabernet Sauvignon, Canaiolo, Ciliegiolo, Merlot, Pinot Nero e
Sangiovese.
Dal punto di vista analitico ed organolettico presentano caratteristiche molto evidenti e peculiari,
descritte all’articolo 6 del disciplinare, che ne permettono una chiara individuazione e
tipicizzazione legata all’ambiente geografico.


C) Descrizione dell’interazione causale fra gli elementi di cui alla lettera A) e quelli di cui alla lettera B).
Nel 264 a.C. la città di Orvieto fu completamente rasa al suolo dai romani (ultima città etrusca da
essi conquistata) e fu proibito a tutti di risalire sull’acrocoro di tufo che tante battaglie era costato a Roma. La smania distruttiva di Roma fu talmente esasperata , poiché nulla doveva ricordare la
superba città che per secoli aveva incarnato la potenza e la grandezza etrusca. Fu ribattezzata dai romani col nome di Vol-Tinii (la città dei seguaci del Dio Voltumnus sconfitto) che evolse poi a
Volsinii. Passarono centinaia di anni prima che, sulla rupe, la civiltà romana permise di creare un
nuovo insediamento abitato. Infatti, solo successivamente fu identificata come Urbs-Vetus (città
vecchia) e sembra perché Roma vi mandasse i suoi veterani a riposare. Da questo nome derivò poi Orbiveto, Orbeto ed infine l’attuale Orvieto. Nel corso della denominazione romana essa conobbe un periodo di forte oblio dovuto al fatto che venne isolata sull’alta rupe e decentrata rispetto alle maggiori vie di comunicazione sia fluviale (porto fluviale di Pagliano eretto per le ordinarie consegne alla Roma imperiale prima, ed alla Curia romana nei successivi periodi cristiani) sia terrestre (via Cassia e via Traiana Nova) non partecipando così all’intensiva vita economica dei centri del fondo valle.
La rinascita di Orvieto si legò al momento del disgregamento dell’Impero, perché con le mutate
condizioni politiche e di sicurezza la città insieme agli altri centri di altura, acquistò di nuovo un
ruolo decisivo su tutto il territorio, nel senso che le ripetute e successive ondate di invasioni
barbariche (Visigoti, Goti e Longobardi ) costrinsero le popolazioni a rifugiarsi sui colli ed erigere
un sistema di complesse fortificazioni. E’ così che, tra il V e il VI secolo d.C., gli abitanti di Volsinii
novi (attuale Bolsena) ritornarono ad abitare nel loro vecchio insediamento dal quale erano stati
cacciati in età romana. La presenza dell’alta rupe fu una garanzia sufficiente a difendere la città e a far nascere tutto quell’insieme di borghi e castelli che tutt’ora delineano la mappa del territorio e che hanno costituito il nucleo originario degli attuali centri dell’Orvietano.
Con la diffusione del Cristianesimo, la nascita dei Comuni ed il loro successivo assoggettamento allo Stato Pontificio non si verificarono eventi di gran rilievo se non un gran turbine di lotte interne e travagliate guerre politiche tra le varie famiglie di nobili locali, il tutto sotto lecita regia della Chiesa. In effetti, se da un lato il Papato mise in una condizione di lungo oblio la zona, divenuta meta di villeggiatura di molti pontefici e cardinali, è anche vero che i Papi contribuirono in maniera consistente alla fama ed all’apprezzamento dei vini di Orvieto. In particolare nel Medioevo e nel Rinascimento fu uno dei vini preferiti alla corte Pontificia, trovando tra i numerosi estimatori senza freni anche papa Paolo III Farnese e papa Gregorio XVI.
Fino alla fine del ‘700 non si verificarono eventi di rilievo, solo in seguito gli echi della rivoluzione
francese determinarono un certo risveglio culturale concretizzatosi nel 1860 con l’ammissione di
Orvieto nel Regno d’Italia, da qui poi si arriva ai giorni nostri.
Il vino orvietano, che fin dalle origini fu anche nero corposo, si produceva in ogni dove, ampi e
floridi appezzamenti vitati si trovavano sulla stessa rupe, in orti di convivenze religiose dei nobili e dei numerosi ortolani, coltivatori diretti in città fin dai primordi del libero Comune. Tanto che la
zona di piazza Cahen fino ad oltre la chiesa dei Servi di Maria era denominata “vigna Grande” e
dietro il Duomo si apriva l’ampia zona coltivata a vigna. E’ opportuno sottolineare che molto prima dei filari la vite era coltivata in alberata pratica diffusasi in tutta l’Etruria, che consisteva nel coltivare il vitigno maritato a degli alberi vivi di sostegno, come olmi, olivi e querce. Intorno alla metà del XVII sec. fu inserita la palizzata come sostegno delle viti, piantate, a partire da allora intensivamente a filari.
Il riconoscimento della Denominazione di Origine Controllata si è avuto con il D.D. 31/08/1998.

SPERIMENTAZIONI
La sperimentazione sui vitigni della DOC Rosso Orvietano ha fatto emergere la buona adattabilità
di questi vitigni all’ambiente orvietano e, nonostante le differenti tipologie di suolo presenti nel
comprensorio, le produzioni ettariali sono consoni al rispetto del disciplinare di produzione e la
maturità tecnologica delle uve, salvo casi sporadici, risulta ottimale.

CONCLUSIONI
L’ area della DOC Rosso Orvietano si sovrappone alla DOC Orvieto in Provincia di Terni.
L’analisi delle produzioni ottenute negli ultimi anni, sia di uva che di vino, evidenzia una situazione stabile nel tempo con una media di circa 5.000hl di vino prodotto ogni anno.
Questo a testimonianza di come l’uomo è intervenuto sul territorio nel corso dei secoli per il
mantenimento del prodotto. Tramandando di generazione in generazione le tradizionali tecniche di coltivazione che, grazie al progresso scientifico e alla professionalità degli operatori, a contributo ad accrescere qualità ed immagine dei vini del Comprensorio orvietano. 

VITIGNI PRINCIPALI

** Canaiolo nero n. (MAIN)
** CILIEGIOLO N. (MAIN)
* PINOT NERO N. (MAIN)
Sangiovese
Montepulciano
Merlot
Cabernet sauvignon
Cabernet franc
Aleatico

VITIGNI SECONDARI

* AGLIANICO (MAIN)
* ALICANTE N. (MAIN)
* BARBERA N. (MAIN)
** Carignano N (OIV)
* CESANESE COMUNE N (MAIN)
** Cesanese d'Affile N (OIV)
** Colorino N (OIV)
* DOLCETTO N. (MAIN)
** Foglia Tonda N (OIV)
* Gaglioppo (MAIN)
** GAMAY N. (MAIN)
** Grechetto B (OIV)
** Greco Nero (MAIN)
* Magliocco (MAIN)
** Maiolica N (OIV)
** Malbech N (OIV)
** Mammolo N (OIV)
* NEGROAMARO N. (MAIN)
** PETIT VERDOT N. (MAIN)
* PINOT GRIGIO G. (MAIN)
** Prugnolo Gentile N (OIV)
** REBO (MAIN)
** REFOSCO DAL PEDUNCOLO ROSSO N. (MAIN)
** Tannat N (OIV)
** TRAMINER AROMATICO (MAIN)
Lacrima
Primitivo
Sagrantino
Syrah
Teroldego
Vernaccia

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